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Andrea Baricordi intervista il papà di Heidi

Inserito da Sephiroth Expert Jounin | 10 marzo 2009 - 12:27 | Categoria: Eventi | 1210 Visualizzazioni

takahata-isao.jpgMolti credono che il primo cartone animato giapponese giunto in Italia sia stato Goldrake. Sbagliato. Poche settimane prima fu la piccola HEIDI a irrompere sui teleschermi italiani, e a dare il via al fenomeno.

A trent’anni esatti dall’arrivo in Italia di HEIDI, e durante il centenario di ANNA DAI CAPELLI ROSSI, intervistiamo il settantaduenne regista giapponese Isao Takahata, che si è occupato di entrambi i personaggi (e di molti altri) nelle popolarissime versioni animate viste anche in Italia. Un ringraziamento a Susanna Scrivo e Keiko Ichiguchi per il prezioso supporto nella realizzazione di questa intervista, che a breve potrete leggere anche su carta stampata.

ABK - Nel febbraio del 1978 è arrivata in Italia Heidi, la prima serie animata nipponica apparsa nel nostro paese, divenendo contemporaneamente spartiacque generazionale e pietra miliare. Molti trenta-quarantenni di oggi sono appassionati di cultura giapponese per una serie di conseguenze derivate da quell’evento, e se in Giappone è stato Osamu Tezuka a dare il via alla passione per fumetti e cartoni realizzati nel suo paese, in Italia questo merito va a lei.

IT - Quando ho visitato l’Italia, molte persone mi hanno detto che Heidi era da sempre il loro cartone animato preferito. E ogni volta che me lo dicevano, mi sentivo davvero molto commosso. E pensare che questa serie fu realizzata in condizioni davvero difficili: lavoravamo al ritmo di un episodio alla settimana, e siamo riusciti ad arrivare al completamento dell’ultimo solo grazie all’impiego di molta energia e al grande impegno personale da parte di tutto lo staff. E’ per questa ragione che non ho parole per dire quanto mi sia sentito incoraggiato e ripagato appena ho saputo che Heidi era tanto amata all’estero, soprattutto in Italia e in Spagna. E’ un vero onore e un immenso piacere per me se davvero gli italiani hanno iniziato a interessarsi alla cultura giapponese tramite le nostre opere. Grazie di cuore.

ABK - Quando, esattamente, decise che si sarebbe occupato di cartoni animati? E cosa la portò a decidere questo?

IT - A dire la verità non ho mai preso una decisione cosciente in questo senso. Nel 1959, anno in cui mi sono laureato in Letteratura Francese, ho partecipato a un concorso pubblico della storica azienda cinematografica Toei Doga, il cui scopo era quello di reclutare nuovi assistenti alla regia. Molto semplicemente, loro mi hanno preso, e ho cominciato a lavorare: è stato l’unico concorso a cui abbia mai partecipato per trovare un impiego. Da piccolo mi era sempre piaciuto il disegno, e anche oggi sto continuando una serie di ricerche sulla pittura: ho scritto un libro sugli emakimono (rotoli di carta recanti dipinti e saggi calligrafici) intitolato Cartoni animati del XXII Secolo, pubblicato da Tokuma Shoten, in cui cerco di dimostrare quanto questa forma artistica assomigli ai film d’animazione, mentre per quest’anno è prevista per Iwanami Shoten la pubblicazione di un libro in cui parlo di una selezione di dipinti di ogni paese del mondo. Nonostante questo, non sono mai stato un pittore, per cui molti mi chiedono come mai sia arrivato a occuparmi della regia di cartoni animati. Io ritengo che sia stato grazie all’incontro incontro con uno straordinario film d’animazione realizzato nel 1952 da Paul Grimault e intitolato La Bergère et le Ramoneur, rieditato nel 1979 col titolo Le Roi et l’Oiseau. Questo film arrivò in Giappone nel 1956, e mi affascinò a tal punto da farmi percepire l’enorme capacità espressiva insita nel cinema d’animazione. L’anno scorso ho chiuso un cerchio, e ho scritto un libro sull’opera di Paul Grimault intitolato Manga Eiga no Kokorozashi (“Finalità dei film a cartoni animati”) anch’esso pubblicato da Iwanami Shoten: sono convinto che se non avessi visto quel film, non avrei scelto di fare questo mestiere.

ABK - Ci può raccontare i suoi primissimi passi nel mondo dell’animazione? Dove, come e quando ha iniziato?

IT - Nell’aprile nel 1959 ho cominciato a lavorare alla Toei Doga. Mi hanno assunto in qualità di assistente alla regia, ma a dire la verità mi hanno impiegato in lavori di qualsiasi genere. Durante quel periodo ho imparato molto sulle tecniche necessarie alla realizzazione di cartoni animati. Animare i personaggi, trasferire i disegni sui fogli di acetato, colorarli, fotografarli, montare le sequenze, aggiungere il suono e la musica… Ho operato in ognuno di questi campi e ho fatto amicizia con le persone che vi lavoravano quotidianamente. Dopo di che, ho lavorato per un lungometraggio a cartoni animati come assistente alla regia, e successivamente sono passato alla mia prima vera e propria regia per la serie TV Okami Shonen Ken (Ken il Ragazzo Lupo). Ma ringrazio il lungo periodo che ho passato da apprendista e subalterno, perché è stato veramente utile e significativo, sia per il lavoro, sia per per la mia vita.

Spesso durante i suoi film lo spettatore si dimentica che sta guardando un cartone animato, perché le vicende e i personaggi sono estremamente ‘veri’: perché, dunque, ha scelto l’animazione per raccontare storie di questo tipo?

IT - I cartoni animati sono film composti da disegni, quindi il pubblico sa bene che ciò che vede sullo schermo non è reale. La percezione istintiva di questo stimola un meccanismo psicologico da parte dello spettatore, che vuole immaginare la realtà anche se è ben conscio che ciò che sta guardando sono solo disegni a colori fotografati in sequenza. E’ proprio grazie a questo desiderio dello spettatore che un cartone animato spesso riesce a essere più realistico di un film con attori in carne e ossa. Basti pensare anche solo alle storie fantastiche: un cartone animato risulta comunque sempre più credibile di un film ‘dal vivo’, perché il disegno amalgama le singole componenti della storia in maniera molto più efficace, permettendo al pubblico di accettare facilmente vicende altamente improbabili. Quando una storia è disegnata, arrivare alla sospensione dell’incredulità è decisamente più semplice.
I film con attori, invece, forniscono al pubblico l’impressione che quello che viene proiettato sullo schermo sia ‘vero’, e perciò la mente razionale è portata a giudicare ogni singola scena con maggior severità.
Quando si decide di realizzare un film, è bene scegliere il mezzo giusto (animazione o attori) pensando a questo meccanismo psicologico inconscio del pubblico, in modo da ottenere la maggiore efficacia per il tipo di storia che si desidera raccontare.

Lei ha realizzato alcuni dei più toccanti e struggenti film d’animazione del Giappone. Fra questi, Una tomba per le lucciole, definito ‘capolavoro’ in ogni angolo del mondo, un film capace di trasmettere emozioni molto intense, probabilmente perché vissute di persona. Durante i bombardamenti del 1945, lei aveva appena nove anni…

IT - Ho vissuto il bombardamento aereo americano della città di Okayama, durante il quale ho perso di vista i miei genitori e i miei fratelli. La mia casa fu bruciata. Scappai ovunque per evitare i bombardamenti, riparandomi da una pioggia di fuoco causata dalle bombe incendiarie. Mi trovavo disperso nel bel mezzo di un’intera città in fiamme, e mi sono salvato per miracolo. Durante quei giorni ho visto una quantità infinita di cadaveri. E’ la vicenda più drammatica della mia vita, perciò ammetto che quel film è stato influenzato profondamente da questa mia esperienza. Ricordo ancora fin troppo bene cosa significhi trovarsi sotto l’attacco di bombe incendiarie.

Nel corso degli ultimi quarantacinque anni lei ha lavorato a numerosissimi cartoni animati ambientati all’estero, spesso ispirati a romanzi e personaggi occidentali. Tra regia, storyboard, produzione e altri differenti ruoli, lei si è occupato di Heidi, Lupin, Il fedele Patrash, Marco dagli Appennini alle Ande), Jacky l’orso del Monte Tallac, Peline Story, Conan il ragazzo del futuro, Anna dai Capelli Rossi… Inoltre, si occupa spesso dell’edizione giapponese di film d’animazione occidentali. Per scelta, destino, piacere personale, o cos’altro?

IT - Per esclusione. Nel senso che mi sono occupato di queste animazioni dopo essermi rifiutato di collaborare a lavori che non m’interessavano minimamente. Se devi realizzare qualcosa, è meglio farlo con impegno e passione. E’ per questa ragione che posso considerare “mie opere” anche lavori fatti su commissione. E’ stato solo dopo Anna dai Capelli Rossi che ho iniziato a realizzare storie ambientate in Giappone. Ho imparato tante cose dalla cultura occidentale, di cui amo sia i paesi che ho toccato che la loro gente, compresa l’Italia. Dopo quella serie animata, ho pensato che mi sarebbe piaciuto occuparmi anche dei mio paese, un luogo che conosco bene perché ci vivo, e che avrei potuto conoscere ancora meglio documentandomi per realizzare nuovi film. Sono una persona molto curiosa, e quando trovo un argomento che m’interessa mi piace sviscerarlo completamente: oltre ai libri citati poc’anzi, ne ho scritti altri su argomenti che non sono direttamente legati a disegno e animazione. Per fare qualche esempio, mi sono occupato di Jean Giono in Leggere “L’uomo che piantava gli alberi”, di Yuri Norstein nel saggio Commenti su “Skazka Skazok”, poi ho curato la traduzione di Paroles di Jacques Prévert, e ho messo insieme un’antologia intitolata Tori he no Aisatsu (Saluti agli uccelli) decorata con le illustrazioni di Yoshitomo Nara. Ho anche realizzato un documentario di quasi tre ore intitolato Yanagawa Horiwari Monogatari, incentrato sulle vie fluviali di Yanagawa. Insomma, ho trattato l’occidente per una scelta passiva, ma grazie a questo mi sono trovato a occuparmi di molte altre cose, cercando di riportare il paese in cui vivo al centro dei miei interessi.

Quali difficoltà o problemi si incontrano quando si realizza un cartone animato ambientato in un paese straniero?

IT - Ovviamente il primo problema è quello del linguaggio, nel senso più ampio del termine. Anche se i personaggi di Heidi o Anna dai Capelli Rossi (per fare qualche esempio) sono occidentali, le versioni animate da me realizzate erano principalmente rivolte a un pubblico giapponese. Perché uno spettatore giapponese potesse meglio identificarsi in questi personaggi, ho dunque optato per atteggiamenti ed espressioni facciali tipici della gente del mio paese. Agli occhi di uno spettatore occidentale, dunque, sarà parso sicuramente innaturale vedere una bambina svizzera o una ragazzina canadese adottare gestualità e ritmi di conversazione ‘stranieri. Purtroppo è impossibile risolvere questa contraddizione all’origine, per cui suppongo che gli studi di doppiaggio delle varie nazioni in cui sono stati trasmessi i miei cartoni abbiano avuto il loro bel da fare con l’adattamento dei testi. Riguardo alla natura, alle città, agli edifici e agli interni, ci siamo impegnati al massimo nella documentazione e nella ricostruzione, e devo dire che grazie alla precisione di tutti coloro che ci hanno lavorato, le ambientazioni sono quanto di più fedele alla realtà si potesse ottenere in un cartone animato. Si tratta ovviamente di un procedimento molto faticoso e ad alto rischio di errore, per cui penso che anche questo abbia influito nella decisione di iniziare a occuparmi di storie legate al Giappone.

Per maggiori informazioni su Isao Takahata, potete leggere il post datato 20 ottobre 2008 (sempre su questo blog)
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cantastorie
11 marzo 2009 00:00
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Quanta nostalgia a leggere questa intervista...

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